I social sono diventati nel corso del tempo un rifugio, l’unico mezzo per molti artisti emergenti di esprimersi e far conoscere la propria arte.
Arte libera da restrizioni
Musei, gallerie, case d’asta, archivi… Da sempre sono questi i luoghi adibiti all’arte, dove artisti conosciuti o emergenti raccontano il loro punto di vista attraverso le loro opere. Una tradizione però, che a tratti, relega l’arte in un posto specifico e permette solo ad una parte di pubblico prescelto di accedervi.
Il periodo che stiamo vivendo, difficile e confuso per tanti aspetti, sta d’altra parte portando con sé diversi cambiamenti sia nel mondo dell’arte, che nel suo ecosistema. Durante il primo lockdown, migliaia di persone hanno dovuto reinventare se stesse e in particolare il loro lavoro, rendendolo nuovamente accessibile nonostante le restrizioni e i limiti annessi. Tra questi, l’arte e gli artisti hanno dovuto fronteggiare una situazione opprimente trovando nuove strategie ed escamotages.

La rete è il nuovo mercato
Costretti tra le mura di casa propria, l’unico mezzo a disposizione per far conoscere il proprio lavoro erano i social. E così Instagram, Facebook, Tik Tok sono diventati una vera e propria vetrina di esposizione per raggiungere non solo gli appassionati del settore, ma via via un pubblico sempre più esteso e variegato. La rete è diventata il nuovo mercato, dove artisti emergenti, al pari di quelli già noti, hanno potuto godere di una grande visibilità e in alcuni casi vendere per conto proprio e in poco tempo le loro opere. Così come gli artisti, anche le stesse gallerie e case d’asta hanno iniziato ad usare i social network, e in primis Instagram, per promuovere la loro attività e incuriosire. Basta uno smartphone o un computer e immediatamente l’arte diventa virale.


L’arte diventa virale
I social hanno rivoluzionato il modo canonico di vivere l’arte. Una rivoluzione vera e propria che l’ha resa più accessibile e comunitaria. Nonostante questo significativo cambiamento, le opere e i loro artisti continueranno ad abitare musei, gallerie e case d’asta e mi auguro che allo stesso modo migliaia di persone continuino a visitarli.

L’opera si racconta sottovoce, cambia come cambiano gli occhi di chi la guarda. Bisogna sempre esservi a pochi passi per comprenderla e non dietro ad uno schermo. D’altronde se l’arte fosse da sempre fruibile attraverso uno smartphone, la sindrome di Stendhal non sarebbe mai esistita.
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