Marina Abramović

La poetica sensibile di un’artista rivoluzionaria

Marina Abramovic ha fatto della performance arte il suo unico e rivoluzionario strumento di comunicazione ed espressione. Un’artista anticonvenzionale capace di stupire ed emozionare.

Rythms

Mancanza di controllo, totale senso di abbandono. L’artista diventa l’oggetto nelle mani del pubblico. Con la serie Rythms, Marina Abramović inaugura la sua carriera mostrando la concretezza dell’effetto Lucifero. È il 1974 e nello Studio Morra a Napoli ci sono 72 oggetti completamente a disposizione del pubblico, alcuni capaci di provocare piacere, altri dolore. Marina è completamente passiva. Diventa presto chiara la direzione della performance, che si conclude dopo 6 ore. Marina Abramović ha una pistola in mano col dito sul grilletto, il suo volto è terso di lacrime, i suoi vestiti a brandelli. Le è stato tagliato il collo con una lametta e le sono state conficcate spine nella pancia. Sconosciuti, essenzialmente buoni, si sono trasformati in mostri capaci di compiere atti brutali.

Rythm 0, Studio Morra Napoli – 1974

Lips of Thomas

L’anno successivo i ruoli si invertono e sono gli stessi mostri a salvarla. L’artista serba esplora i limiti del suo corpo, fino a superarli. Una stella a cinque punte incisa sul suo ventre diventa l’immagine simbolo di Lips of Thomas, una cruda e violenta performance in cui è proprio il pubblico a fermare l’artista dall’infierirsi altro dolore.

Balkan Baroque

E se la “nonna della performance art”, così come si definisce, da una parte indaga la mente umana, dall’altra si fa attiva portavoce per denunciare le violenze e le ingiustizie delle guerre civili nella ex Jugoslavia. Seduta sopra un cumulo di ossa animali, nell’installazione Balkan Baroque, Marina, vestita di bianco, pulisce per ore e senza interruzione le ossa, in una stanza intrisa di un forte odore di carne putrida e rancida.

Balkan Baroque, Biennale di Venezia – 1997

Marina e Ulay

La corporeità delle sue performance diventa per lei impareggiabile strumento di espressione. L’Abramović si spoglia di ogni sovrastruttura e, attraverso un susseguirsi di tensioni emotive e psicologiche, mette a nudo la sua anima, fino a legare indissolubilmente l’aspetto privato con quello professionale. L’incontro con Ulay, compagno d’arte e di vita, sancisce l’inizio dei Relation works, che portano in scena le diverse sfaccettature della loro relazione. I capelli legati tra loro in un nodo che blocca il movimento. L’immagine statica di Relation in time cattura l’essenza del loro rapporto: un’unione fisica e psichica ai limiti della tensione, dove il centro d’equilibrio può tramutarsi nel fulcro di rottura.

Relation in time, Galleria Studio G7 Bologna – 1977

Il loro sodalizio artistico e personale viene celebrato nella performance Imponderabilia, dove si analizza la capacità decisionale e la reazione del pubblico di fronte alla nudità. Segue dopo pochi anni Rest Energy.

Il loro legame termina nel 1988 e a decretare la fine è proprio una performance: The Lovers. I due amanti si incontrano a metà della Muraglia cinese per poi proseguire il loro cammino in direzioni opposte, sancendo così il loro addio. Si rincontreranno dopo 22 anni a New York. L’artista serba è seduta in silenzio di fronte ad un tavolo e ad una sedia vuota, a disposizione di chiunque voglia occuparla. A sedersi è proprio Ulay. Marina sorride.

 “Fu uno schock. In un attimo mi passarono davanti dodici anni della mia vita. Per me non era un visitatore come gli altri. Così solo per quella volta, infransi le regole. Misi le mie mani sulle sue, ci guardammo negli occhi e, prima di rendermi conto di quello che stava accadendo, ci ritrovammo in lacrime.”

Marina Abramović
The artist is present, MoMA New York – 2010

Marina e la sua arte terapeutica

Terapeutica. Così definirei la poetica di Marina Abramović. Un’analisi attenta del comportamento umano, uno studio a tratti psicologico, a tratti antropologico. La sua arte cattura l’umanità e indaga le relazioni. L’Abramović rivoluziona il concetto stesso di performance ergendosi simbolo della Body art. Il suo corpo diventa oggetto da manipolare, da destrutturare, da portare al limite. E Marina i limiti li sfida e li supera. Disgrega gli stereotipi e annulla lo spazio tra l’artista e il pubblico. Riflette l’emotività di ogni singolo spettatore, che partecipa alla creazione della performance nel momento stesso in cui viene vissuta.

Brillante. Anticonformista. Potente. Vera. Audace. Marina Abramović ha da sempre voluto mettere in scena se stessa e la sua vita. E così farà per la sua morte. Con My way di Sinatra in sottofondo, al suo funerale ci saranno tre bare, ma solo una conterrà la sua salma. Una verrà portata ad Amsterdam, una a Belgrado e una a New York. Nessuno saprà mai dove si trovava… Folti capelli neri, sguardo profondo, emozioni che si tramutano in arte. Così ricorderemo Marina.

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