Mi chiamo Rachele, ho 24 anni e purtroppo o per fortuna sono una donna. Ho cominciato a nutrire il sospetto di non essere così fortunata ad essere donna o femmina, termine che in molti prediligono, quando alle elementari iniziai a sentirmi a disagio ad indossare vestiti e gonne. I maschietti erano curiosi… e questa loro ingenua e veniale curiosità, che negli adulti suscitava riso e ironia, a me creava solamente molta rabbia. Ma in fondo non dovevo esagerare, erano bambini… Imparai ad ignorare e a simulare un finto sorriso.
Mi chiamo Rachele e avevo 13 anni quando iniziai a sentir parlare di femminicidio. Una parola difficile che, se da un lato la impauriva, dall’altro suscitava un estremo interesse in quella ragazzina, che avrebbe presto compreso che essere una “femminuccia” non portava con sé solo vantaggi. Tutt’altro.
“Bruciata viva”. Così s’intitolava il libro che lessi in terza media. Suad aveva deciso di raccontare la sua storia, la sua testimonianza di sopravvissuta al Delitto d’onore. Aveva 17 anni quando fu cosparsa di benzina e data alle fiamme. Ricordo la mia incredulità nel leggere le sue parole… Crimini così efferati non potevano accadere. Non poteva esistere una legge tanto brutale. Nascere donna non poteva essere una colpa.
Mi chiamo Rachele e avevo 16 anni quando iniziai a sperimentare le carinerie degli uomini. Quegli uomini che si divertono a scrivere il tuo numero negli autobus. Quegli uomini a cui basta un colpo di clacson per farsi una risata. Le attenzioni di quei piccoli uomini che saltano i convenevoli e preferiscono toccarti direttamente il culo. Attenzioni di cui non ho mai avuto bisogno.
Mi chiamo Rachele, ho 24 anni e la situazione non è cambiata, le carinerie sono sempre le stesse. Si chiama Anna, ha 52 anni e quando parla non la guardano ancora negli occhi. Si chiama Manuela, ha 40 anni e le è stato negato un lavoro perché “troppo vecchia”. Veronica ha 23 anni e la sera ha paura di ritornare a casa da sola. Roberta ne ha 32… ennesimo colloquio in cui le chiedono se vuole dei figli. Lei è Francesca, aveva 36 anni quando ha ricevuto molestie sessuali sul posto di lavoro. Emma ne aveva 18 quando l’hanno chiamata puttana per una minigonna. Si chiama Antonella e aveva 43 anni quando ha ricevuto uno schiaffo da suo marito… il primo schiaffo. Si chiama Paola e aveva 14 anni quando è stata stuprata. Si chiamava Giulia e aveva 27 anni quando è stata uccisa dal fidanzato.
Mi chiamo Rachele ho 24 anni e ho capito che la situazione non cambierà tanto in fretta. Ho capito che se voglio essere ascoltata devo alzare la voce. Ho imparato ad amarmi, perché io sono abbastanza. Ho imparato che no è una frase completa e non ha bisogno di altre specifiche. Ho imparato a camminare a testa alta, sempre, perché non ho nulla di cui vergognarmi. Ho imparato che valgo e che nessuno può farmi credere il contrario. Nascere donna non è una colpa. La vera colpa è essere un piccolo uomo.
Illustrazione di Annalisa Grassano
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